Pubblica Amministrazione: open source e web 2.0
Mi piacerebbe conoscere la vostra opinone in merito a questo argomento :
Fonte doxaliber.it
L’unione europea incoraggia l’utilizzo di software open source nelle pubbliche amministrazioni degli stati comunitari. L’incoraggiamento non è solo verbale, ma anche espresso in termini pratici con finanziamenti ad hoc e incentivi legati al tipo di tecnologia utilizzata.
Questo ha innescato un potente processo industriale a causa del considerevole effetto volano che la PA italiana può giocare su un mercato asfittico e in evidente recessione come quello italiano.
In un periodo nel quale la curva di sviluppo della IT industriale ha raggiunto la quota di tangenza ed inizia una lenta, ma percettibile, deviazione verso il contenimento degli investimenti e l’ottimizzazione delle risorse, il ritardo tecnologico accumulato dalla pubblica amministrazione rappresenta un’occasione da non perdere per il settore della knowledge engineering italiana.
L’impulso e le direttive che arrivano da Bruxelles incoraggiano il processo e lo incanalano verso uno sviluppo che lo allontana dalle ponderose e spesso costosissime soluzioni enterprise.
Parte, quindi, la caccia all’ETL open source che possa sostituire Datastage o al prodotto di community che possa fare business intelligence a livello di Business Object.
Il fenomeno è percepibile soprattutto a in ambito amministrazioni regionali alle quali è demandata la progettazione e la gestione di iniziative dirette a rispondere alle esigenze immediate dei cittadini.
Formazione a distanza, come nel caso del progetto Trio della regione Toscana, portali per il controllo ambientale del territorio, come il progetto SIPA della regione Puglia o punti di interconnessione tra cittadino ed istituzioni, come il portale del Consiglio Regionale Campano.
Attualmente realizzati con tecnologie proprietarie e, spesso, largamente obsolete, nei bandi pubblici che sono stati emessi per il rinnovamento degli strumenti, è esplicita la richiesta di utilizzare, ovunque sia disponibile, open source e introdurre largamente strumenti web 2.0, da troppo tempo assenti dagli ingessati e noiosissimi siti istituzionali.
La scelta del web 2.0 è stata obbligata. La generazione di italiani che si sta accingendo a diventare la parte produttiva della nazione è già abituata alla condivisione sociale dell’informazione ed alla modalità interattiva di produzione dei contenuti tipica del web 2.0. Non tenerne conto nei progetti attuali vorrebbe dire produrre delle vere e proprie cattedrali informative con il rischio che rimangano inutilizzate dal giorno stesso dell’apertura.
Ora sarebbe troppo facile citare il caso di italia.it e dello scandalo che ha generato nella community italiana. È significativo evidenziare, però, che l’indignazione popolare della comunità open source nazionale ha giocato un ruolo cruciale nella fase di denuncia ed abbandono dell’iniziativa.
Dal loro punto di vista, le grandi company IT hanno modificato le loro strategie. I produttori di software di base hanno iniziato a distribuire alcune componenti come open source o con licenza GPL. I grandi integratori tendono oggi a privilegiare soluzioni largamente basate su software di community. Ad esempio la software factory di Telecom Italia, basa le sue soluzioni e-learning su Moodle, come LMS, e su ExeLearning, come LCMS di corsi SCORM. La gestione dei portali si realizza con Liferay, la ricerca sui metadati con Openshore, il netmeeting con Openmeetings, la reportistica con Pentaho, la gestione dei dati con Postgresql e MySql, ServiceMix come Enterprise Service Bus, mentre come CMS di riferimento ci sono Plone, Joomla e AlFresco. Tutto a livelli tecnologici di alta qualità e con validi risultati pratici.
Tutto a posto quindi? Sembrerebbe di sì. Direttive comunitarie, bandi di gara redatti con espliciti riferimenti a open source e web 2.0, produttori e grandi integratori che prendono posizione nel mondo open source. Tutto va nella giusta direzione, ma chiaramente ci sono dei problemi e non solo banali.
Prima di tutto, quando si inseriscono vincoli così stringenti sull’open source nei bandi pubblici sull’onda delle direttive comunitarie e della moda del momento, spesso si costringe l’integratore ad adattare software di pubblico dominio con costi di customizzazione più elevati di semplici ed economiche soluzioni commerciali. I risultati, a volte, sono meno funzionali e performanti. Un altro problema e l’assistenza post rilascio.
La pubblica amministrazione, come qualsiasi cliente accorto, deve tutelarsi sulla continuità del servizio e pretende una manutenzione correttiva ed evolutiva sulle soluzioni rilasciate. Questo comporta dei costi per l’integratore che sono addirittura maggiori delle soluzioni commerciali, soprattutto quando si assume in prima persona la responsabilità sulla soluzione open integrata.
Il problema si potrebbe agevolmente risolvere appoggiandosi alle numerose società che, dopo aver fornito il loro software come open source, offrono servizi di assistenza a pagamento.
Purtroppo, quest’ultima opzione è largamente condizionata dal grado di personalizzazione operato sulla soluzione open.
È questo, effettivamente, il punto cruciale della situazione.
Il fatto che il cliente principale sia la PA rappresenta nello stesso tempo la più grande opportunità e il più considerevole dei fattori di rischio.
Le soluzioni informatiche utilizzate dalla pubblica amministrazione, infatti, devono rispettare i criteri di usabilità molto restrittivi espressi dalla legge Stanca che è un mix delle disposizioni W3C e Section 508, più una serie di regolamentazioni tipicamente locali. Questo, ad esempio, rende inutilizzabili strumenti come Liferay senza interventi che snaturino completamente il prodotto.
Ovviamente, mentre la community di sviluppo internazionale si orienta sempre di più ad aderire ai criteri di usabilità espressi da W3C e dalla Section 508, non sono previste nelle road map di sviluppo adattamenti alla legge Stanca che è un implementazione tipicamente italiana dell’usabilità.
Telecom Italia, ad esempio, ha allo studio un adattamento della versione 4 di Liferay alla legge Stanca per fare in modo che la sua offerta portale verso la PA sia in regola con i requisiti di legge. L’operazione appare costosa e non elementare.
La vera issue è che, nel frattempo, Liferay è giunto alla versione 5.0, radicalmente diversa dalla 4 e nuove patch e bug solutions vengono rilasciate con la successione frenetica tipica delle community di sviluppo open source.
Questo vorrebbe dire che, una volta adeguato Liferay 4 alla legge Stanca, si avrebbe una versione del prodotto completamente al di fuori della road map del portale open source e che andrebbe manutenuta ed evoluta con costi industriali probabilmente superiori a quelli della semplice acquisizione di prodotti buy.
La soluzione? Probabilmente può venire proprio dalle grandi società come Telecom Italia che, forti delle loro disponibilità e della loro organizzazione, dovrebbero attivarsi per promuovere e finanziare community di sviluppo italiane interessate alla condivisione delle problematiche locali in fase di customizzazione del software open source.
Un’altra strada potrebbe essere quella di adoperarsi a livello politico per fare in modo che quello dell’usabilità diventi un paradigma condiviso a livello internazionale le cui particolarizzazioni regionali siano architetturalmente definibili come file di configurazione esterni senza intaccare la struttura stessa del codice.
Ma questa, come tutte le istanze che richiedono il coinvolgimento della politica a livelli internazionali, pur essendo la soluzione principe, non è semplice da raggiungere.
Al momento, questa questione, rappresenta un forte, se non il principale, ostacolo, alla diffusione dell’utilizzo dell’open source nel nostro paese.
Autore: Comandante Nebbia
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Ma il fatto che nell’open source chi opera lavora al continuo aggiornamento e risoluzione dei problemi e bug delle varie piattaforme non è un vantaggio rispetto ai costosissimi programmi e relative assistenze? La mia non è una domanda polemica, ma la ricerca di risposte su quali possono essere le scelte più giuste da fare nei confronti di servizi pubblici.
Grazie
in sintesi se vuoi lavorare per la PA non devi usare liferay..
Tu cosa suggerisci?
Your article appears rattling interesting but, as earlier, i’ve some troubles with your rss feeds : (Hold you come across troubles using Google Chrome in order to subscribe to feed? Chrome doesn’t redirect to any page after i click rss button.